Annie Leibovitz oltre il ritratto.

Parliamo di Annie Leibovitz, perseguendo il nostro viaggio attraverso la visione di Autori che hanno fatto del loro “essere Autori” il punto di forza della loro fotografia.

Annie Leibovitz nasce nel Connecticut nel 1949, figlia di un ufficiale della Marina americana e di una ballerina, passa la sua infanzia e la prima giovinezza girando per il mondo per seguire il padre nelle varie basi militari. Ed è in questi viaggi, fatta con una stracarica station wagon che comincia ad avere quel senso di visione cosi netto di ciò che le sta intorno. La sua formazione visiva si forma proprio guardando il mondo dal finestrino di quell’auto che ha girato l’America in lungo e in largo.

Studia arte al San Francisco Art Institute per diventare insegnante d’arte, ma si accorge che “non si può insegnare l’arte se prima non si è artisti” e cosi comincia a dedicarsi alla fotografia , sotto la guida di docenti come Cartier Bresson.

E’ un’osservatrice attenta del mondo e di ciò che le accade intorno. I suoi scatti sono semplici eppure ricercati, quasi non si coglie il lavoro di composizione che c’è dietro ogni scatto, come se i soggetti fossero stati immortalati in pose naturali, anche se poi è evidente che di naturale non c’è nulla. La sua capacità è quella di sorprendere. Sorprendere in maniera semplice, diretta, efficace. Il suo stile non è facilmente riconoscibile, passa dal bianco e nero al colore, dal fotoreportage alle copertine glamour delle più grandi tesate giornalistiche di moda, ma ciò che si percepisce è la capacità di entrare sempre in sintonia con il soggetto che fotografa.

Nei suoi ritratti si legge l’intimità con chi è dall’altra parte dell’obiettivo, un’intimità fatta soprattutto di conoscenza e di voglia di scoprire l’altro.

«Quando dico che voglio fotografare qualcuno, significa in realtà che vorrei conoscere qualcuno, consultarne la personalità».

Ed è quello che si trova nelle fotografie della Leibovitz. Ci viene da pensare che quello che fa la differenza nella sua fotografia è l’idea. Un’idea che nasce, sicuramente da uno studio approfondito della personalità di chi ha davanti , alla cura del dettaglio, alla preparazione del più piccolo elemento che serve alla realizzazione dello scatto. Ed è così che riesce a trasformare l’intuizione in idea , l’idea in foto e la foto nella rappresentazione della personalità della persona che ritrae.

Racconta attraverso i ritratti non solo la vita delle persone che fotografa, ma anche il tempo in cui essi vivono. I soggetti di Annie, sono naturali, mai impostati, neanche nei set più elaborati. La Leibovitz li osserva, ne coglie le sfumature, non impone la posa. Costruisce la situazione ma non cerca il gesto, l’espressione, lo sguardo.

La sensazione che ci trasmette è di una fotografia vera, nonostante la preparazione dello scatto così maniacale, ma ciò che arriva è semplicemente ciò che lei vede da dietro l’obiettivo. E’ la vita stessa il suo soggetto e lei la ritrae con estrema verità.

Dalla prima foto pubblicata dal Rolling Stone, alle foto glamour dei più grandi divi del nostro secolo fino al racconto della malattia della compagna (Susan Sang morta di leucemia nel 2004) passando per il racconto fotografico dell’assedio di Sarajevo, laLeibovitz ci racconta la storia del mondo. I suoi scatti hanno, nella loro semplicità, una potenza fuori dal comune. Come la foto della Moore , nuda e incinta che sdogana la maternità e il corpo della donna da una visione fino allora limitata solo all’estetica. Oppure nel ritratto della Regina Elisabetta per i suoi novant’anni, dove la monarca smette i panni della regina e appare mamma, nonna . La regina è vista per la prima volta che coccola la più giovane della sua famiglia, la principessa Charlotte di 11 mesi. Uno sguardo nuovo su una donna fotografata milioni di volte, uno sguardo vero, forse da donna a donna, da madre a madre. Ecco, questo ci colpisce della Leibovitz, la sua capacità di raccontare, anche con grandi personaggi, scene semplici, vere e proprie istantanee di vita.

Tutte le immagini riportate nell’articolo sono di esclusiva proprietà dell’autrice Annie Leibovitz.

 

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