Josef Koudelka il fotografo vagabondo

“ L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita.”

E’ con questa citazione di Kundera , connazionale di Josef Kudelka, che si può cominciare a parlare del Fotografo Vagabondo, un uomo che ha fatto delle sue scarpe e della sua macchina fotografica gli unici strumenti di lavoro, unici mezzi per raccontare la Storia del Mondo, attraverso immagini che narrano con estrema lucidità ciò che gli accade intorno.

Zingaro tra gli zingari, spettatore di uno dei più importanti avvenimenti della storia europea, testimone della persistenza dell’attività dell’uomo, nomade e esule, ha camminato, zaino in spalla , armato della sua fotocamera, per le strade d’Europa scattando fotografie che hanno segnato il tempo. Un tempo fatto di immagini in bianco e nero, di panorami in cui la presenza dell’uomo si manifesta nella sua assenza “L’umanità non è assente in queste immagini, anzi io vado proprio alla ricerca delle tracce e dei segni che gli uomini lasciano sul paesaggio. Forse non sono volti, ma la mano dell’uomo è presente.”

Koudelka ha fatto della libertà la sua modalità di espressione, scatta in maniera compulsiva, come se l’obbiettivo non fosse altro che un’appendice dei suoi occhi che hanno il solo scopo di guardare, vedere e raccontare, senza la velleità di insegnare nulla. Non vuole capire, ma guarda tutto e ferma solo ciò che ritiene interessante. “Per me la cosa più bella è svegliarmi, uscire e andare in giro a guardare”. Camminare, andare, procedere creano per Koudelka le condizioni per una buona foto.

E’ un fotografo di quelli che aspettano che ‘qualcosa succeda’, cha attendono la situazione in cui accada qualcosa che li interessi davvero. Lui che nella vita non si è mai fermato più di tre mesi nello stesso posto, non ha l’ansia del tempo. Sono foto di libertà le sue, foto di un uomo che non ha fretta e che si prende il tempo giusto per scattare, che si gusta l’emozione dello scatto, che nella foto scattata cerca anche un po’ sé stesso.

La ricerca è la motivazione che lo spinge a muoversi, ad andare oltre, a lasciare la sua Leica per una fotocamera panoramica per poter camminare su nuove strade, immergersi in nuovi panorami, cercare nelle geometrie dei luoghi che attraversa quei luoghi di quell’anima senza fissa dimora che lo accompagna fin dai giorni dell’esilio. Costruendogli intorno un’aurea di leggenda , il mondo dell’arte ha tentato di imbrigliarlo in un’immagine che non lo rappresenta , lui che si dichiara schiavo solo delle sue idee ha rifiutato qualunque compromesso con tutto ciò che lo avrebbe incasellato in definizioni che non lo avrebbero rappresentato: filosofo, intellettuale, coscienza civile “Quando resti in uno stesso posto per un certo tempo, la gente ti colloca in una casella e si aspetta da te che tu ci resti” Koudelka fotografa perché ciò che è importante è che la fotografi esista, che si lasci testimonianza non di ciò che si è vissuto, ma di ciò che si è guardato. Ciò che provocherà lo scatto non è un suo problema, non gli interessa, lui non ha l’ambizione di voler insegnare nulla al mondo, ha solo l’esigenza di raccontare, vederlo, riproporlo secondo la sua visione.

Non cerca la foto perfetta, ma scatta fino a quando la sua foto, quella che lui ha in testa non gli appare perfetta, “una buona foto è un miracolo” una buona foto è una foto in cui si esprime il massimo di tutto ciò che la rappresenta. Ecco perché torna anche più volte sullo stesso posto, perché ogni volta ne deve trarre qualcosa in più, fino a coglierne il massimo possibile. Non è ossessione per la perfezione è ricerca del Tutto in ciò che ci circonda.

Buone scarpe e occhi vigili, ecco la ricetta per foto come quelle di Koudelka.

Tutte le immagini riportate nell’articolo sono di esclusiva proprietà dell’autrice Josef Koudelka.

 

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