Piergiorgio Branzi – Il poeta della Luce

Piergiorgio Branzi nasce a Signa , piccolo comune fiorentino, nel 1928. Il suo primo incontro con la fotografia avviene attraverso uno di più grandi autori dell’epoca : Henri-Cartier Bresson.

All’uscita da una sua mostra, nel 1952, Piergiorgio va a comprare una Condor della Galileo. Questo gesto così immediato ci dice molto di un giovane ventiquattrenne che sperimenta un nuovo codice linguistico utile a rappresentare la propria visione del mondo.

Branzi si forma sulle orme di grandi autori come Evans, Ray, Weston e si accompagna a molti altri suoi contemporanei come Cavalli, Veronesi, Mario Giacomelli. Dalla sua Condor e dalla sua voglia di raccontare il mondo, comincia la sua ricerca incessante che lo ha accompagnato e lo accompagna tutt’ora.

Uno dei suoi primi e più importanti lavori è un viaggio tra il metaforico e il reale prima nel sud di un’Italia all’epoca semisconosciuta, poi con la stessa avidità di scoperta nl sud d’Europa. A bordo di una Guzzi e accompagnato dalla fedele macchina fotografica racconta di un mondo fino ad allora immaginato dai più, ma quasi del tutto inesplorato.

E’ un lavoro terso il suo, tra il neorealismo e , come qualcuno ha detto , il ‘ calligrafico’ , la capacità cioè di scoprire e raccontare la bellezza attraverso una scrittura e una lettura della luce che coglie la poesie dei luoghi e delle persone che lo abitano. In uno stile manierato, ma non lezioso. Gentiluomo discreto, ma attento, che vagabondando per le vie cittadine va alla ricerca di emozioni, le stesse che trasmette nelle foto che osservano la realtà che lo pervade e di cui vuole farsi testimone.

La vera essenza della fotografia per Branzi si esprime nella capacità di leggere ed interpretare il mondo , non solo esteriore, ma anche e soprattutto quello interiore, ed attraverso essa diamo agli altri gli strumenti per leggerlo e leggerci.

“Attraverso l’obiettivo guardo la realtà e spero con lo scatto di poter attivare la sensibilità , la coscienza sociale e il livello etico di chi guarda”

(cit. Piergiorgio Branzi)

Non solo la realtà materica quindi, ma anche quella interiore dell’autore, che nell’immagine che realizza si manifesta. Nella sacralità della foto c’è chi scatta, il soggetto e chi volente o nolente accoglie il messaggio che l’autore vuole comunicare. Usa il bianco e nero Piergiorgio Branzi , per i suoi racconti, perché come dice “ sono toscano e noi toscani consideriamo il disegno l’“etica” stessa di ogni espressione figurativa.

Firenze è una città figlia di due cave di pietra: di “pietra serena”, quindi il grigio della grafite, e l’altra di “pietra dura”, cioè l’ocra spento del Palazzo della Signoria. È una città dall’aspetto severo, e il colore rimane accessorio gradevole, un riempitivo, pur se splendido possa risultare” . La sua necessità di purificare l’immagine dal superfluo e la volontà di raccontare soprattutto la materia lo spinge ad una ricerca più minuziosa che lo porta ad abbandonare la gamma di grigi fino ad allora utilizzati e ad usare un bianco e nero più definito, fatto di chiari e scuri netti , ricerca che continua tutt’ora con la realizzazione di immagini grafiche che nonostante sembrino diverse dalle primissime foto, hanno comunque evidente sempre la stessa forza espressiva.

Con empatia e senso critico, racconta la vita , la fotografia diventa memoria, diario di viaggio visivo, come quando in Russia da inviato Rai, impossibilitato al racconto televisivo per colpa della censura sovietica, ha utilizzato quello fotografico per raccontare la storia di nascosta dei tanti che non erano interessanti per la tv di stato. Una cronaca ritardata, raccontata dopo anni dal suo ritorno.

“Fotografare è imprimere un’idea su carta, come quando si disegna”, vedere, osservare , come con il disegno dal vero degli impressionisti, Piergiorgio Branzi mantiene il contatto con la propria spiritualità, come un poeta capace di guardare e interpretare il mondo che lo circonda e come il poeta è in grado di rappresentarne la bellezza.

Il poeta Branzi racconta la realtà attraverso l’obiettivo e ci respinge un’immagine finale che tocca il nostro essere e va giù nel profondo, svestendoci e lasciandoci privi di difese.

 

Tutte le immagini riportate nell’articolo sono di esclusiva proprietà dell’autrore Piergiorgio Branzi.

 

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